C’è stato un tempo in cui uno dei compiti più difficili del medico era spiegare al paziente concetti complessi con parole semplici. Oggi sempre più spesso il medico deve fare qualcosa di diverso: spiegare la medicina dopo che qualcun altro, sui social, l’ha già spiegata male.
TikTok, Instagram, Facebook e YouTube hanno profondamente modificato il modo in cui le persone cercano informazioni sulla propria salute. Vaccini, tumori, alimentazione, farmaci e prevenzione vengono raccontati attraverso video di pochi minuti, talvolta di pochi secondi. Secondo l’Eurobarometro 2024, il 42% degli italiani legge almeno una volta al mese contenuti sanitari sui social network, un dato che da solo spiega perché il modo in cui questi contenuti vengono prodotti non sia più un dettaglio marginale.
In questo contesto il confine tra divulgazione scientifica, opinione personale e pseudoscienza diventa difficile da riconoscere, soprattutto per chi non possiede gli strumenti necessari per valutare l’attendibilità di una fonte.
Il problema diventa ancora più rilevante quando a comunicare è un professionista sanitario. Un camice bianco, un titolo professionale e migliaia di follower possono attribuire a un’affermazione un’autorevolezza che, agli occhi del pubblico, rischia di essere confusa con la solidità delle prove scientifiche.
E le conseguenze non rimangono necessariamente confinate nello spazio virtuale.
Quando la disinformazione diventa un problema di salute pubblica
La recente morte a Palermo di una bambina di quattro anni, non vaccinata, in un quadro ritenuto compatibile con la difterite, ha riportato drammaticamente l’attenzione sulle conseguenze che possono derivare dalla perdita di fiducia nelle vaccinazioni.
Secondo quanto riportato dalla stampa, i genitori avevano scelto di non vaccinare la bambina perché convinti che l’autismo di un familiare fosse stato provocato da una vaccinazione.
Cosa dicono davvero i numeri sulla difterite in Italia. Il vaccino antidifterico è obbligatorio in Italia dal 1939. Prima del caso di Palermo, l’ultima morte pediatrica per difterite documentata dal Ministero della Salute risaliva al 1991, mentre l’ultimo decesso in assoluto nel Paese era stato registrato nel 1996: trent’anni durante i quali l’alta copertura vaccinale ha reso la malattia sostanzialmente invisibile. Negli ultimi trent’anni sono stati accertati in Italia solo sei casi di infezione, tutti non letali. I dati di sorveglianza europea dell’ECDC, aggiornati a luglio 2026, indicano per l’Italia tre casi nel 2023 e cinque nel 2024.
È proprio su questo terreno, però, che si misura la fragilità del sistema: la copertura nazionale per la terza dose del vaccino esavalente (che include la difterite) nel 2024 si attestava al 94,4%, sotto la soglia di sicurezza raccomandata dall’OMS, fissata al 95%. In Sicilia, la regione in cui è avvenuto il decesso, la copertura era scesa all’85,1%, la più bassa del Paese. A livello europeo la tendenza è simile: la copertura media per la terza dose di vaccino difterite-tetano-pertosse nei bambini di un anno è scesa dal 93,4% del 2020 al 92,6% del 2024, con un calo che riguarda venti dei Paesi monitorati. Nel 2024 l’ECDC ha registrato in Europa 151 casi di difterite, di cui 28 (il 38% del totale) proprio in Italia, con il maggior numero di decessi tra i Paesi coinvolti.
E l’ipotesi di un legame tra vaccini e autismo? È stata verificata e smentita da una mole crescente di studi. Una revisione dell’OMS che ha esaminato 31 studi pubblicati tra il 2010 e il 2025 non ha trovato alcuna correlazione tra le vaccinazioni e l’insorgenza dell’autismo. Eppure questa convinzione continua a circolare, alimentata da contenuti social, testimonianze personali e teorie prive di fondamento scientifico.
La difterite appartiene inoltre a quella particolare categoria di malattie che molti cittadini non temono più proprio perché la vaccinazione le ha rese eccezionali.
È uno dei paradossi della prevenzione: quando funziona molto bene, rende quasi invisibile il pericolo dal quale ci protegge.
La malattia scompare dalla memoria collettiva, mentre rimane visibile l’intervento utilizzato per prevenirla. Il rischio della prima viene percepito come remoto; quello attribuito al secondo, amplificato da narrazioni emotivamente coinvolgenti, può apparire molto più concreto.
La disinformazione sanitaria, quindi, non è semplicemente un problema di cattiva comunicazione. Quando modifica comportamenti relativi a vaccinazioni, terapie o programmi di prevenzione può diventare essa stessa un problema di salute pubblica.
Quando a comunicare male è un medico
Ancora più complessa è la situazione quando un’informazione scientificamente discutibile viene diffusa da un professionista sanitario.
Recentemente ha suscitato particolare attenzione un video pubblicato sui social da una professionista dell’area oncologica nel quale veniva prospettata una relazione tra utilizzo delle creme solari e aumento del melanoma, richiamando a sostegno di questa interpretazione alcuni dati della letteratura scientifica — in particolare uno studio condotto su circa 470.000 persone che indagava l’interazione tra varianti genetiche e comportamenti a rischio, nel quale l’uso di crema solare compariva come una delle variabili osservate, non come oggetto principale della ricerca.
L’episodio è interessante perché mostra una forma di disinformazione molto più difficile da riconoscere rispetto alla semplice fake news.
Non sempre, infatti, la falsa informazione nasce dall’invenzione di un dato.
Può nascere anche da un dato reale interpretato in maniera scorretta.
Alcuni studi osservazionali hanno effettivamente rilevato, in determinate popolazioni, un’associazione tra maggiore utilizzo di creme solari e maggiore incidenza di melanoma. In letteratura questo fenomeno è noto come “paradosso della protezione solare” ed è discusso da anni: gli stessi autori degli studi lo descrivono come un caso da manuale di quello che gli epidemiologi chiamano confondimento per indicazione, cioè una situazione in cui un fattore risulta associato a un esito solo perché identifica una popolazione già più esposta al rischio di partenza.
Le persone con carnagione chiara, numerosi nevi, maggiore sensibilità alle radiazioni ultraviolette o una storia di intense esposizioni solari sono contemporaneamente più predisposte al melanoma e più propense a utilizzare protezioni solari. A questo si aggiunge un secondo meccanismo, altrettanto documentato: chi usa la crema solare tende spesso a restare esposto al sole più a lungo, confidando in una protezione che raramente viene riapplicata nei tempi e nei modi corretti, finendo per accumulare più raggi UV di chi al sole non ci sta affatto.
È il problema dei fattori confondenti e, più in generale, della differenza fondamentale tra associazione e causalità.
Le revisioni della letteratura mostrano quanto sia complesso analizzare questa relazione. Gli studi osservazionali hanno prodotto risultati eterogenei, influenzati da fototipo, abitudini di esposizione, qualità dei prodotti e diverso controllo statistico dei fattori confondenti; le evidenze disponibili non consentono in alcun modo di concludere che l’utilizzo delle protezioni solari sia causa del melanoma.
Al contrario, secondo le stime della Skin Cancer Foundation circa l’86% dei melanomi è attribuibile all’esposizione ai raggi ultravioletti, e le linee guida dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) ribadiscono che le radiazioni UV producono danni diretti e cumulativi al DNA cellulare, e che le scottature solari, in particolare quelle subite durante l’infanzia, raddoppiano il rischio di sviluppare un melanoma nel corso della vita. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda l’uso della protezione solare ogni volta che l’indice UV raggiunge o supera il valore 3, accompagnandola — non sostituendola — con ombra e abbigliamento adeguato.
Trasformare un dato epidemiologico complesso nello slogan “la crema solare provoca il melanoma” significa quindi compiere un salto logico che il metodo scientifico non permette.
Citare uno studio non significa fare divulgazione scientifica
Questo ci porta a uno dei problemi più attuali della comunicazione sanitaria.
Oggi chiunque può accedere a PubMed, leggere l’abstract di un articolo e mostrarne uno screenshot in un video. Ma citare uno studio scientifico non equivale a interpretare correttamente la letteratura scientifica.
Occorre conoscerne il disegno, la popolazione studiata, gli endpoint, i limiti metodologici, i possibili bias e i fattori confondenti. Occorre soprattutto capire come quel singolo risultato si collochi nel complesso delle conoscenze disponibili — esattamente ciò che è mancato nel caso dello studio sulle creme solari, i cui stessi autori raccomandavano un uso adeguato e frequente della protezione, cioè l’esatto opposto della tesi costruita a partire dai loro dati.
La medicina basata sulle evidenze non consiste nel trovare uno studio che confermi ciò che pensiamo. Consiste nel confrontare continuamente le nostre convinzioni con l’insieme delle prove disponibili e nell’essere disposti a modificarle quando le evidenze lo richiedono.
Estrarre un singolo lavoro dal suo contesto e utilizzarlo per sostenere una tesi precostituita rappresenta una delle forme più insidiose della pseudoscienza contemporanea.
È particolarmente efficace perché conserva l’apparenza della scientificità: ci sono numeri, grafici, riferimenti bibliografici e link agli articoli.
C’è tutto ciò che assomiglia alla scienza. Può mancare, però, proprio il metodo scientifico.
Il problema dell’algoritmo (e i numeri che lo dimostrano)
A rendere tutto più complesso interviene il funzionamento stesso delle piattaforme.
L’algoritmo non conosce la gerarchia delle evidenze e non distingue una revisione sistematica da un’opinione personale. Premia soprattutto ciò che genera attenzione, commenti, condivisioni e permanenza sulla piattaforma. E i dati confermano quanto questo meccanismo favorisca proprio i contenuti meno affidabili.
Una revisione sistematica pubblicata sul Bollettino dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, basata sull’analisi di 31 studi precedenti, ha rilevato che fino al 51% dei post associati ai vaccini su Twitter, Facebook e Instagram conteneva informazioni imprecise o fuorvianti; la percentuale saliva fino al 60% nei post relativi alle pandemie, mentre tra i video YouTube dedicati alle malattie infettive emergenti la quota di contenuti scorretti si attestava tra il 20% e il 30%. Un filone di ricerca più recente ha rilevato livelli di disinformazione ancora più alti — fino al 56% — nei contenuti social dedicati alla salute mentale e alla neurodivergenza, con TikTok tra le piattaforme più coinvolte.
Non è solo una questione di qualità dei contenuti: è anche una questione di velocità. Lo studio più ampio mai condotto sulla diffusione delle notizie online, pubblicato su Science nel 2018 dai ricercatori del MIT Vosoughi, Roy e Aral, ha analizzato 126.000 storie condivise da circa 3 milioni di persone su Twitter tra il 2006 e il 2017: le notizie false avevano il 70% di probabilità in più di essere ricondivise rispetto a quelle vere, e raggiungevano le prime 1.500 persone fino a sei volte più rapidamente. Non è un dettaglio da poco per la sanità pubblica: significa che una falsa informazione ha, per sua stessa natura, un vantaggio strutturale nella competizione per l’attenzione rispetto a un’informazione corretta ma più cauta e meno immediata.
La buona medicina parte quindi svantaggiata.
La scienza utilizza espressioni come “le evidenze disponibili suggeriscono”, “in determinate condizioni”, “il rischio relativo deve essere interpretato considerando il rischio assoluto”, “sono necessari ulteriori studi”.
Il falso guru offre invece certezze.
“Questo alimento provoca il cancro.”
“Questo vaccino causa una malattia.”
“Questa crema provoca il melanoma.”
“Ecco quello che nessuno vi dice.”
Sono messaggi semplici, emotivi e facilmente condivisibili.
La comunicazione scientifica deve certamente diventare più comprensibile, ma esiste un limite che non dovrebbe essere oltrepassato: semplificare la scienza non può significare deformarla.
E le istituzioni cosa possono fare?
Di fronte a questo fenomeno non è più sufficiente affidarsi esclusivamente alla responsabilità del singolo professionista o alla capacità del cittadino di distinguere autonomamente una fonte attendibile da una non attendibile.
Ordini professionali, Ministero della Salute, istituzioni sanitarie, università e società scientifiche dovrebbero considerare la comunicazione digitale come una vera area di intervento di sanità pubblica.
Ciò non significa introdurre una sorta di “polizia delle opinioni scientifiche”. Il progresso della medicina nasce anche dal confronto, dal dubbio e dalla possibilità di mettere in discussione conoscenze precedentemente acquisite.
Il dissenso scientifico non è disinformazione.
Esiste però una differenza sostanziale tra discutere criticamente un’evidenza e presentare al pubblico come dimostrata un’affermazione che le evidenze disponibili non consentono di sostenere.
Su questa distinzione le istituzioni potrebbero intervenire in maniera molto più incisiva.
Innanzitutto, attraverso linee guida specifiche per la comunicazione sanitaria sui social network, che definiscano alcuni principi essenziali: trasparenza delle fonti, distinzione tra opinioni personali ed evidenze consolidate, dichiarazione degli eventuali conflitti di interesse, rispetto dei limiti della propria competenza professionale e particolare cautela quando un messaggio può indurre il pubblico ad abbandonare interventi preventivi o terapeutici riconosciuti.
La capacità di comunicare correttamente la scienza dovrebbe inoltre entrare maggiormente nella formazione e nell’aggiornamento professionale dei medici. Saper interpretare criticamente uno studio e saperlo comunicare sono oggi competenze strettamente collegate.
Gli Ordini professionali potrebbero poi dotarsi di strumenti più rapidi per valutare le segnalazioni relative a contenuti sanitari potenzialmente pericolosi diffusi da propri iscritti, distinguendo naturalmente l’errore, sempre possibile, dalla reiterazione sistematica di affermazioni manifestamente contrarie alle evidenze.
Particolare attenzione dovrebbe essere riservata ai professionisti sanitari che utilizzano il proprio titolo per attribuire autorevolezza a contenuti divulgativi. La qualifica professionale non può essere utilizzata come semplice strumento di legittimazione comunicativa senza comportare anche le responsabilità che da quella qualifica derivano.
Ma l’azione istituzionale non dovrebbe essere soltanto sanzionatoria.
Probabilmente l’intervento più importante è un altro: occupare lo spazio informativo prima che venga occupato dalla disinformazione.
Ministero, aziende sanitarie, Ordini e società scientifiche dovrebbero essere in grado di rispondere rapidamente ai temi sanitari che diventano virali, producendo contenuti brevi, comprensibili, riconoscibili e facilmente condivisibili — tenendo conto, alla luce dei dati sulla velocità di diffusione delle fake news, che ogni ora di ritardo nella risposta corrisponde a un vantaggio già acquisito dal contenuto scorretto.
Una falsa informazione può raggiungere milioni di persone in ventiquattro ore. Una smentita pubblicata settimane dopo in un documento di trenta pagine, per quanto scientificamente impeccabile, difficilmente raggiungerà lo stesso pubblico.
La velocità della comunicazione è diventata anch’essa parte della prevenzione.
Sarebbe infine auspicabile un dialogo più strutturato con le piattaforme digitali affinché, almeno sui temi di maggiore rilevanza per la salute pubblica, venga favorita la visibilità delle fonti istituzionali e siano sviluppati strumenti efficaci per segnalare contenuti sanitari potenzialmente pericolosi, senza trasformare tale attività in una censura del legittimo dibattito scientifico.
La fiducia è anch’essa uno strumento di cura
Resta infine un compito che nessuna istituzione e nessun algoritmo possono sostituire completamente: quello del rapporto tra medico e paziente.
Dietro il rifiuto di un vaccino, la paura di un farmaco o l’abbandono di una misura preventiva può esserci un video di sessanta secondi visto la sera precedente.
Liquidare chi vi ha creduto come ignorante o “no vax” raramente risolve il problema. È necessario capire perché quella narrazione sia risultata più convincente della nostra — anche perché, come mostrano i dati sull’esposizione dei cittadini a contenuti sanitari fuorvianti online, non si tratta di episodi isolati ma di un’esperienza ormai comune a una parte rilevante della popolazione.
Per molti anni la medicina ha ritenuto che fosse sufficiente possedere le evidenze. Oggi dobbiamo imparare anche a comunicarle.
La morte di una bambina per una malattia prevenibile e la diffusione, anche da parte di professionisti sanitari, di interpretazioni fuorvianti della letteratura scientifica sono fenomeni diversi, ma pongono la stessa domanda: come può un cittadino distinguere, nel rumore della comunicazione digitale, un’opinione da un’evidenza?
Non possiamo lasciare che sia soltanto il cittadino a trovare la risposta.
È una responsabilità delle piattaforme, delle istituzioni sanitarie, delle società scientifiche e degli Ordini professionali.
Ed è una responsabilità di ciascun medico.
Perché una falsa informazione sanitaria può durare pochi secondi, raccogliere migliaia di “mi piace” e scomparire rapidamente da uno schermo.
Le sue conseguenze, invece, possono durare molto più a lungo.
Antonia De Socio: Consigliera OMCeO Campobasso, Medico di Assistenza Primaria, Segretario Regionale SNAMI Molise.
Fonti
- ECDC, Annual epidemiological report su tetano e difterite, dati 2024
- Ministero della Salute / Istituto Superiore di Sanità (EpiCentro-ISS), coperture vaccinali in Italia, aggiornamento 2024–2025
- Revisione OMS su 31 studi (2010–2025) sull’assenza di correlazione tra vaccini e autismo
- Skin Cancer Foundation, stima dell’86% dei melanomi attribuibili ai raggi UV; linee guida AIOM sul rischio da scottature infantili
- Studio genetico su ~470.000 persone sul “paradosso della protezione solaree relativi fact-check (Il Post, Open, pazienti.it)
- OMS, Infodemic and health misinformation: a systematic review of reviews, Bulletin of the WHO, 2022
- Studio su disinformazione nei contenuti social su salute mentale e neurodivergenza, 2026
- Vosoughi, S., Roy, D., Aral, S. (2018), The spread of true and false news online, Science, 359(6380), 1146-1151
- Eurobarometro 2024 sull’uso dei social per contenuti sanitari

































Bravissima. Ottimo articolo