La CCEPS,  Commissione ministeriale per gli Esercenti le Professioni Sanitarie, rende giustizia ad un ordine che ha fatto una battaglia generale che vale per l’intera deontologia e per tutte le professioni e che sancisce la superiorità e l’autonomia della norma deontologica sul resto. Quindi chapeau all’Ordine di Bologna.

15 DIC – A Bologna la “questione del 118” è stata la causa di una lunga polemica, fatta anche su questo giornale, ma soprattutto di uno scontro tra istituzioni pubbliche, l’ordine dei medici di Bologna da una parte e la Regione Emilia Romagna, dall’altra, che, recentemente, è culminato (rielezioni degli organismi dirigenti dell’ordine), in un conflitto tra due liste contrapposte.

PizzaHa vinto, come è noto, quella cappeggiata da G. Carlo Pizza mentre quella ispirata o auspicata dall’assessore Venturi, definita maliziosamente “lista dell’assessore”, ha perso e a giudicare dai numeri in modo davvero inglorioso.

A questa lunga polemica, nonostante i miei buoni rapporti di collaborazione con l’ordine di Bologna, personalmente non ho mai voluto partecipare, ma solo perché in barba alle vere e profonde questioni sul tappeto, essa era dai suoi animatori, inusitatamente ridotta a questioni tecniche, a rivalità tra professioni stupidamente considerate concorrenti (medici/infermieri), addirittura a problemi caratteriali riconducibili al suo ideatore e promotore.

Oggi invece, dopo che la “commissione centrale esercenti le professioni sanitarie” (CCEPS) si è pronunciata sulla questione restituendole per intero la dignità che meritava, intendo dire la mia.

Intanto ricordiamo sommariamente, al di là dei tecnicismi, il senso di fondo della questione 118: l’ordine dei medici di Bologna ha contestato i protocolli operativi che in Emilia Romagna hanno organizzato il 118 ravvedendo in essi delle violazioni al proprio codice deontologico, violazioni che riguardavano il confine di demarcazione tra le competenze del medico e quelle dell’infermiere. Non riuscendo a convincere la regione a cambiare i protocolli, l’ordine ha disposto come era in suo potere delle misure disciplinari contro i medici che rispetto a quei protocolli anziché rifiutarsi di avallare quelle violazioni le hanno accettate supinamente.

Una mossa impopolare che fece grande scalpore imbarazzando mezzo mondo ma davvero, a bocce ferme e a giudicare dai risultati, una mossa intelligente ma soprattutto l’unica che considerando tutto, poteva essere agita.
Anzi a meglio guardare questa mossa è alla fine un prezioso suggerimento metodologico che vale per tutti cioè per tutte quelle professioni che a causa di disinvolte e spesso arbitrarie organizzazioni dei servizi, si trovano abusate in qualche modo. Essa sembra dirci: usate la deontologia perché gli abusi sulle professioni prima di essere un problema di organizzazione sono prima di ogni altra cosa un abuso della deontologia.

La CCEPS nel riconoscere fondati e coerenti i provvedimenti disciplinari assunti dall’ordine di Bologna nei confronti dei medici sanzionati, di fatto ha riconosciuto fondate le obiezioni dell’ordine di Bologna nei confronti dei protocolli organizzativi decisi dalla regione.

Ma nel fare ciò ha sancito un paio di cosette che i più hanno dimostrato di non aver capito:
· in primo luogo è stata sancito un valore fondamentale valido per tutte le deontologie senza nessuna distinzione, vale a dire la piena autonomia del codice deontologico soprattutto nei confronti dei provvedimenti amministrativi e gestionali e organizzativi delle regioni e delle aziende. Cioè nessuna delibera per nessuna ragione anche giustificata da ragioni tecniche può violare le norme deontologiche in particolari quelle norme che definiscono le identità delle professioni,

· in secondo luogo è del tutto ininfluente rispetto al codice deontologico la cogenza del rapporto di lavoro di qualsiasi operatore, nel senso che l’operatore non è costretto per essere un dipendente ad accettare disposizioni che violano la sua deontologia perché per una professione la deontologia viene prima di tutto,

· in terzo luogo  è stato sancito il valore più sacro per una deontologia vale a dire l’autonomia o dell’ordine  o del collegio nei confronti di altre istituzioni quindi l’autonomia di qualsiasi codice deontologico nei confronti di una qualsiasi norma,

· in quarto luogo si è sottolineato che un provvedimento qualsiasi di una regione qualsiasi, può essere legale cioè approvato con tutte le regole formali, e nello stesso tempo immorale se quel provvedimento non tiene conto degli obblighi deontologici perché vale il principio che è la norma amministrativa che deve tenere conto della norma deontologica non il contrario perché eticamente la norma deontologica è una norma di qualità superiore. Si parla ovviamente non di qualità giuridica ma di qualità morale,

· in quinto luogo rispetto alla sostanza della questione bolognese (competenze professionali del medico non delegabili ad altre professioni) in barba a qualsiasi comma 566 a qualsiasi velleità di flessibilità del lavoro e di reinterpretazione dei ruoli professionali da parte delle regioni, ognuno deve fare il suo mestiere, cioè le regioni devono rispettare o non reinterpretare le norme che definiscono le professioni le loro prerogative le loro autonomia e le loro responsabilità. Il senso è che si può cambiare tutto quello che si vuole, ma nelle sedi giuste, nei modi giusti, con i soggetti giusti ma in nessuno modo sono accettabili misure arbitrarie di deregulation delle professioni.

E da ultimo gli atteggiamenti durante questo lungo periodo di polemica e di cui direttamente sono stato testimone.

L’ho già detto una volta e lo ripeto: a suo tempo non ci sarebbe stata nessuna questione 118 a Bologna se la Fnomceo avesse garantito ai suoi ordini provinciali, con chiarezza cioè senza ambiguità la gestione trasparente della questione riconducibile al comma 566. L’iniziativa dell’ordine di Bologna prima ancora di essere stata decisa contro la regione Emilia Romagna è stata un atto di protesta nei confronti della Fnomceo per contrastare all’epoca i suoi rapporti “informali” soprattutto con quei senatori già presidenti delle due principali federazioni professionali e che oggi risultano i principali fautori del comma 566.

L’ambiguità della Fnomceo è certamente corresponsabile dell’intera vicenda che in tutta e per tutta la sua durata ha visto la federazione assente, muta, senza alcun ruolo, trattando l’ordine di Bologna come un ordine eretico.

Io penso che oggi dopo il pronunciamento della CCEPS l’ordine di Bologna meriti delle scuse da parte della sua federazione nazionale.

Per quanto riguarda l’Ipasvi abbiamo assistito ad interventi sconcertanti e paradossali che nello spirito delle competenze avanzate cioè di mantenere certe prerogative agli infermieri a scapito di quelle dei medici, nonostante le deontologie in campo,  ha fatto esattamente il contrario di quello che ha fatto l’ordine di Bologna:  ha negato l’autonomia della deontologia, ha colluso con i provvedimenti anti-deontologici della regione, ha di fatto accettato di subordinare i valori deontologici ai provvedimenti amministrativi, ha accettato di subordinare la moralità del provvedimento alla sua legalità formale e tutto perché gli infermieri avessero qualche competenza in più rispetto ai medici. Cioè ha svenduto il valore della deontologia per il classico piatto di lenticchie.

Infine a “Cesare quello che è di Cesare” per cui chiudo con un aneddoto che conosco solo io e pochissimi altri e che ce la dice lunga sulle capacità della politica di governare i problemi. Quando a un certo punto la questione sembrava incancrenirsi mi capitò di incontrare il presidente Pizza ad un convegno e gli dissi che ero stupito di tanta indisponibilità a trovare soluzioni su un problema risolvibile da parte della regione e del ministero. Chiesi al presidente Pizza se fosse disposto a trovare una mediazioni accettabile e lui con senso di responsabilità mi rispose “purchè qualcuno mi chiami”.

Presi quindi contatto con l’onorevole Vito De Filippo allora sottosegretario alla sanità e mio caro amico da sempre, con la delega alle professioni dicendogli che vi erano le condizioni per risolvere bene la vicenda del 118.

Lui ovviamente da persona intelligente quale era si dichiarò disponibile riservandosi tuttavia di sentire i suoi consulenti. Ma i suoi consulenti con i quali parlai anche io, si opposero a trovare una soluzione perché consideravano la faccenda una “pazzia” e la faccenda del 118 marcì inutilmente perché la politica si rivelò del tutto subalterna ai burocrati.

Oggi il CCEPS rende giustizia ad un ordine che ha fatto una battaglia generale che vale per l’intera deontologia e per tutte le professioni e che sancisce la superiorità e l’autonomia della norma deontologica sul resto. Quindi chapeau all’ordine di Bologna.

Ivan Cavicchi

 

Condividi: