Importantissimo riconoscimento per il progetto di ricerca sanitaria finanziato dalla LILT con i fondi del 5xmille, in collaborazione tra LILT Campobasso e LILT Ascoli Piceno per aumentare la qualità dell’assistenza dei pazienti oncologici grazie allo sportello LILT presso il Day Hospital dell’ospedale di Termoli. Il progetto “Nuova Vita dopo la Malattia: recupero del benessere psico-sociale dei malati oncologici” è stato pubblicato sul sito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Al progetto hanno preso parte: Carmela Franchella (presidente LILT di Campobasso), Marianna D’Aulerio (psicoterapeuta), Claudia Spina (psicoterapeuta), Eleonora Iorio (nutrizionista), Mattia Scipioni (psicologo), Pierangela Antonecchia (tecnico della prevenzione/formatore), Marina Bellomo (educatore/formatore), Marina Cirelli (assistente sociale), Giuseppe Carfagno (tecnico informatico), Giovanni Fabrizio (chirurgo e presidente LILT di Campobasso) Francesco Carrozza (oncologo Responsabile del Day Hospital Oncologico al San Timoteo di Termoli) Patrizia Farina (oncologa), Domenica D’Addario (oncologa), Raffaele Trivisonne (Oncologo e presidente LILT di Ascoli Piceno), Barbara Sbrolla (psicoterapeuta), Francesca Giorgi (oncologa dell’Ospedale “Madonna del Soccorso” dell’ASUR Marche AV5), Alessandro Cicconi (psicoterapeuta), Silvia Di Battista (biologa nutrizionista).

Il progetto che guarda i malati oncologici nella loro interezza con tutti i bisogni psicologici e nutrizionali collaterali alla malattia è stato protagonista anche del convegno che si è tenuto a Larino sui modelli gestionali in oncologia. Un modello che, attraverso un percorso di riabilitazione con approccio bio-psico-sociale, mira a facilitare il recupero funzionale, ridurre i tempi di degenza, garantire una migliore tollerabilita’ dei trattamenti e facilitare il reinserimento della persona nel suo contesto familiare.

Un obiettivo che l’Associazione Provinciale di Campobasso della LILT raggiunge grazie allo sportello di ascolto psico-oncologico, all’ambulatorio nutrizionale e ai percorsi info-motivazionali.

La diagnosi di tumore determina un profondo turbamento nelle persone che la ricevono, richiedendo una grande capacità di riadattamento. Di fatti, ammalarsi di cancro è un avvenimento traumatico che investe non solo la dimensione fisica ma anche quella psicologica, dei rapporti interpersonali e sociali, spesso determinando un peggioramento generale della qualità della vita della persona.

“Per ogni malato oncologico si parla di cancer survivorship – ha spiegato il dottor Francesco Torino, Ricercatore di Oncologia Medica e professore aggregato di Oncologia Medica presso l’Università di Roma Tor Vergata e consulente tecnico-scientifico della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori – comprendendo tutta la cerchia di familiari e amici del paziente. Nel 2005 è nato un documento dal titolo “from cancer patient to cancer survivor: lost in transition”. Perché già diversi anni fa ci si è resi conto che in effetti il problema vero del survivor è questa transizione: svestire cioè i panni del paziente e rivestire i panni di persona, per cui è necessario curare quattro aspetti specifici: sorvegliare sulla recidiva, intervenire sugli effetti fisici e psico-sociali, considerare i problemi legati a lavoro, disabilità e assicurazioni, coordinare a specialista e medico di medicina generale”.

In Italia, sulla base dei dati aggiornati al 2020, vivono oltre tre milioni e mezzo di persone con storia personale di tumore. Di questi numeri negli ultimi anni sono in aumento donne e uomini sopravvissuti ai fatidici cinque anni dopo il cancro. Ma sopravvivere al cancro non è la stessa cosa di non averlo. La vita dopo il tumore non è la stessa di prima e spesso gli effetti collaterali impattano sulla qualità di vita.

“I problemi assistenziali – ha continuato il dottor Torino – che più frequentemente sono presenti nei cancer survivors possono essere una moltitudine e possono basarsi sul benessere psicologico, sociale ed anche religioso. In Canada ed in Australia ci sono diversi studi sui bisogni assistenziali dei survivors, in Italia invece non è stato effettuato nessuno studio e ad oggi noi non conosciamo quali sono le richieste e i bisogni. In questo campo si può fare e si deve fare ancora molto per portare il paziente alla vita normale. Questo ha una ricaduta in termini di impegno del sistema sanitario nazionale non indifferente e il follow up classico deve essere integrato di tutta una serie di elementi che vanno oltre il semplice monitoraggio della recidiva nell’ambito di un modello organizzativo e di utilizzo di una infrastruttura informativa che deve essere comune e condivisa e che vede l’impegno della medicina territoriale. La LILT si sta impegnando in questo campo perché da sempre fa prevenzione primaria e terziaria e può svolgere un compito di coordinamento tra l’Ospedale e i Servizi Socio-assistenziali perché è già ben strutturata sul territorio con una presenza capillare”.

Un modello gestionale a cui la LILT Nazionale sta lavorando ma che l’Associazione Provinciale di Campobasso della LILT sta già sperimentando con il lavoro quotidiano di professionisti e volontari presso lo Sportello Oncologico del Day Hospital all’ospedale di Termoli e con percorsi e risposte concrete a bisogni estemporanei che altrimenti non troverebbero soluzioni.

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