Alla c.a. Presidente OMCeO Campobasso
dott.ssa Carolina de Vincenzo

Preg.ma Presidente,
mi chiamo Vittorio Sanese e sono un collega, specialista in Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva, molisano di origine e lombardo di adozione professionale. Mi reputo un “anestesista emigrante” in quanto, probabilmente come molti altri colleghi, il destino professionale mi ha condotto fuori dalla nostra Regione, a cercare una realizzazione personale, di uomo e professionista. Se avrà la pazienza di leggere questa mia lettera, le assicuro che sarà scritta liberando il mio pensiero dalla frustrazione, dalla rabbia e dalla consapevolezza di quanto in questi anni ho vissuto personalmente ed appreso dagli organi di informazione, sulla sanità molisana, confrontandolo con quanto accade nelle altre regioni del nostro Paese. Pur avendo sempre esercitato in Lombardia, non ho mai considerato l’ipotesi di abbandonare il “mio” Ordine nella remota speranza di potere, il giorno del riscatto molisano, esercitare la mia professione tra la mia gente, per la mia gente.

La mia attività quotidiana si svolge presso la base elisoccorso di Como, esempio in Italia per tante attività, in questo momento prima per l’operatività notturna, e la centrale del 118 deputata alla gestione di 3 province (Como, Lecco, Varese). Ma, seppure giovane anagraficamente, ho avuto modo di lavorare in strutture ospedaliere piccole e grandi, anche in zone remote, che ricalcano in parte le caratteristiche orografiche ed organizzative del Molise. E questa mia esperienza lavorativa unita ad una grande curiosità organizzativa, mi ha portato a cercare di capire e comprendere le logiche del SSN (Nazionale), ormai sempre più lacerato in 21 sistemi regionali (trentino ed alto adige ne hanno due diversi!).

Quello che mi ha spinto a scrivere queste righe è stato il turbinio di sensazioni creato dalla vicenda del ragazzo molisano deceduto pochi giorni fa alla ricerca di una Tac, prima, e di una sala operatoria, poi, ai commenti che questo ha creato, in particolare nella newsletter dell’ordine da parte di colleghi che auspicano una revisione della Balduzzi e la ri-attivazione dei PS e PPI chiusi nelle zone periferiche della regione. Ho apprezzato molto la richiesta da Lei avanzata di dotare di una seconda Tac il nosocomio di Termoli, ma credo che la strategia per il supporto di una sanità (quella molisana) che percepisco frammentata, incompleta e di fatto tele-gestita da commissioni esterne debba avere una visione di sistema a più ampio respiro, anzi probabilmente dovrebbe averla da almeno venti anni. Dovremmo guardare modelli “virtuosi” cui la Balduzzi ci sta inesorabilmente spingendo, dovremmo avere la forza per fare scelte coraggiose, che battano le logiche geografiche-clientelari che oggi hanno spinto a questo punto la sanità molisana. Abbiamo un vicino di casa, l’Abruzzo, che ha saputo fare delle scelte e forse dovremmo prendere esempio; abbiamo delle regioni orograficamente simili alla nostra che, parimenti, hanno ri-organizzato un sistema seguendo le logiche della medicina moderna, strumentale e interdisciplinare. Dobbiamo trovare il coraggio, come medici e come uomini, di chiedere alla politica di spiegare ai cittadini che un PPI (Punto di Primo Intervento), tradotto come PS (Pronto Soccorso) senza diagnostica e servizi, diventa una pericolosa strozzatura del sistema in cui il paziente critico rischia di vedere vanificati i tentativi di trattamento, sempre più tempo-dipendenti. Dobbiamo pretendere che la popolazione venga soccorsa ed assistita nell’angolo più remoto del territorio come in centro città, da personale formato e qualificato nella medicina critica. E questo, con buona certezza, non passa sicuramente dal tenere aperto ospedali storicamente “minori”, poco dotati di servizi ed ancor meno di specialisti: diventano delle scatole vuote che placano gli istinti “politici” e populistici del momento, ma poco fanno per curare concretamente il paziente.

La soluzione che propongo probabilmente risulta poco innovativa ed in parte da Lei espressa alle Istituzioni preposte: occorre lavorare alacremente sull’organizzazione dell’emergenza e della medicina di base, puntando su un polo ospedaliero unico, completo, ricco di professionalità (tutte, a quel punto anche in deroga alla Balduzzi), coadiuvato da un servizio di emergenza che preveda inevitabilmente un elisoccorso che possa effettuare soccorsi primari di giorno e di notte, ovvero portare gli esperti dell’emergenza in casa del paziente e, di conseguenza, il paziente rapidamente nell’ospedale di cui necessita, fornito di tutto possa servire. Tutto questo implementando la medicina di base, creando delle vere case della salute, magari fisicamente al posto degli ospedali in dismissione, con alcuni servizi (esami ematochimici, cardiogrammi e piccola radiologia) che, da soli, basterebbero ad abbattere fino a circa l’80% il ricorso attuale ai pronto soccorso o punti di primo intervento. Laddove le risorse locali fossero insufficienti o i servizi numericamente esigui dovremmo trovare il coraggio di “consorziarci” con altre regioni, come fanno ad esempio l’Umbria e le Marche, ipotizzando ad esempio una collaborazione con l’Abruzzo, cui siamo storicamente ed orograficamente legati.

Una piccola nota a margine meritano i punti nascita: ho avuto l’onere di lavorare per un breve periodo in un piccolo ospedale che totalizza attualmente circa 80 parti/anno con servizio di parto-analgesia. Purtroppo ho assistito e gestito mutamenti clinici improvvisi ed imprevedibili che hanno riguardato madri e figli: ebbene, credo che il nostro ruolo di medici ci imponga di spiegare alle mamme o future tali che il parto, pur essendo un evento assolutamente naturale, debba avvenire in un ospedale che possa rispondere a tutte le criticità, anche le più rare. A tutela esclusiva della salute delle partorienti e dei nascituri. Non si può partorire in un ospedale in cui l’emoteca sia poco fornita, magari solo delle famose 5 sacche di zero negativo, non vi sia una sala operatoria sempre attiva o senza il necessario per una rianimazione neonatale avanzata e la possibilità di un rapido ricovero in terapia intensiva neonatale, pena il verificarsi di eventi tragici che, seppure statisticamente molto rari, diventano dolore e disperazione per pazienti e familiari.

In conclusione, credo che la situazione in Molise sia ad un punto di non ritorno. Bisogna trovare il coraggio di chiedere razionalizzazione e modernizzazione del sistema e, probabilmente, come medici, abbiamo una spinta ulteriore: il dovere morale di spiegare alla politica come impiegare nell’interesse del paziente le sempre meno disponibili risorse.

A suo giudizio la possibilità di divulgare la presente, scritta con lo spirito costruttivo di una lettera aperta.

Rimanendo a disposizione per eventuali chiarimenti, Le invio i più distinti saluti.

Vittorio Sanese

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