L’utilizzo dei social network da parte degli iscritti agli ordini professionali è un tema che riveste indubbia rilevanza, sotto un duplice profilo. Da un lato, infatti, vi sono le modifiche legislative, specie quelle più recenti, che hanno notevolmente ampliato la possibilità per i professionisti di pubblicizzare la propria attività[1], non solo attraverso la creazione di siti internet a sé direttamente riconducibili, ma anche utilizzando altre forme e modalità di comunicazione in “rete”, incluse le pagine e profili a ciò dedicati dei social network[2]. Dall’altro lato, la partecipazione alle discussioni, sia di carattere professionale che di altra natura, nelle varie chat ha certamente implicazioni sul piano deontologico, oltre naturalmente ad impegnare la personale responsabilità del partecipante in base alle norme generali sulla comunicazione diffusa.

Quest’ultimo aspetto, in verità, tende ad essere il più delle volte sottovalutato dagli utilizzatori, essendo piuttosto frequente un uso “colloquiale” e poco controllato del linguaggio; mentre è ormai acclarato, in base alla giurisprudenza consolidatasi in argomento, che i messaggi ed i commenti “postati” sui social network rappresentano modalità espressive destinate potenzialmente a raggiungere un numero indeterminato o, comunque, quantitativamente apprezzabile di persone, per cui, qualora siano di contenuto offensivo o denigratorio, integrano senz’altro l’ipotesi di diffamazione aggravata dal mezzo della pubblicità, a sensi dell’art. 595, comma terzo, del codice penale[3], che ciascun soggetto leso è evidentemente legittimato a far valere dinanzi alla competente autorità giudiziaria.

Quanto ai profili d’interesse più strettamente deontologico, sui quali s’intende richiamare l’attenzione del lettore, occorre ricordare che il Codice di Deontologia Medica pone specifiche regole di condotta che devono necessariamente orientare l’iscritto nell’uso dei social network.  Innanzitutto, vi è la prescrizione dell’art. 1, comma 3 CDM, secondo cui «Il Codice regola anche i comportamenti assunti al di fuori dell’esercizio professionale quando ritenuti rilevanti e incidenti sul decoro della professione». E’ posto dunque, in linea generale, il principio per cui le norme deontologiche non riguardano soltanto la vita professionale del medico, ma incidono su tutta la sfera comportamentale del professionista. Inoltre, l’art. 58, ai commi 1, 2 e 4 rispettivamente dispone: «Il medico impronta il rapporto con i colleghi ai principi di solidarietà e collaborazione e al reciproco rispetto delle competenze tecniche,funzionali ed economiche, nonché delle correlate autonomie e responsabilità». «Il medico affronta eventuali contrasti con i colleghi nel rispetto reciproco e salvaguarda il migliore interesse della persona assistita, ove coinvolta». «Il medico, in caso di errore professionale di un collega, evita comportamenti denigratori e colpevolizzanti».

Intervenendo in una chat, non solo se affronta argomenti di natura tecnica, l’iscritto ha, dunque, l’obbligo deontologico di preservare il decoro della categoria e di relazionarsi con i colleghi con rispetto e solidarietà, che costituiscono principi cardine della deontologia professionale la cui violazione apporta un indubbio discredito alla dignità stessa della professione. Ed in tal senso si è di recente espressa la Commissione Centrale per gli Esercenti le Professioni Sanitarie (che è l’Organo di giurisdizione speciale, istituito presso il Ministero della Salute, competente a decidere sui ricorsi dei professionisti sanitari contro i provvedimenti dei rispettivi Ordini e Collegi professionali, in particolare in materia disciplinare), esaminando la posizione di un sanitario sanzionato per aver pubblicato sul proprio profilo face book frasi contenenti giudizi ritenuti denigratori rivolti a colleghi, peraltro riguardo a vicende ancora in corso di definizione nelle competenti sedi giurisdizionali. A giudizio della CCEPS, che ha respinto il ricorso dell’interessato, ricorre in tal caso la violazione dell’art. 58 CDM, stante il giudizio di disvalore espresso dal sanitario nei confronti dei propri colleghi, rispetto a circostanze suscettibili di essere accertate in altra sede, tanto più che i lettori del messaggio risultavano essere anche altri lavoratori operanti nel medesimo contesto lavorativo. «Tale condotta non è consona ai principi di correttezza dell’attività professionale della categoria medica, non costituendo né la mera manifestazione di un’opinione, né una critica fondata su dati di fatto accertati, bensì un giudizio su comportamenti e circostanze al vaglio dell’autorità giurisdizionale»[4].

 

                                                                                                          Avv. Mariano Morgese

 

[1] Dopo le innovative disposizioni del c.d. decreto “Bersani” (articolo 2, comma 1, lettera b) del d.l. 223/2006, convertito in legge 248/2006), che avevano abrogato le norme legislative e regolamentari che imponevano, con riferimento alle attività libero professionali e intellettuali, il divieto, anche parziale, di svolgere pubblicità informativa, sono poi  intervenuti il d.lgs. 138/2011, che all’art. 3, comma 5, lettera g) ha fissato il principio della libera pubblicità informativa e, quindi, il DPR 137/2012 che tale principio recepisce, disponendo all’art. 4: «1. E’ ammessa con ogni mezzo la pubblicità informativa avente ad oggetto l’attività delle professioni regolamentate, le specializzazioni, i titoli posseduti attinenti alla professione, la struttura dello studio professionale e i compensi richiesti per le prestazioni. 2. La pubblicità informativa di cui al comma 1 dev’essere funzionale all’oggetto, veritiera e corretta, non deve violare l’obbligo del segreto professionale e non dev’essere equivoca, ingannevole o denigratoria. 3. La violazione della disposizione di cui al comma 2 costituisce illecito disciplinare, oltre a integrare una violazione delle disposizioni di cui ai decreti legislativi 6 settembre 2005, n. 206, e 2 agosto 2007, n. 145».
[2] L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato si è ripetutamente espressa nel senso di ritenere restrittivi della concorrenza i limiti all’impiego da parte dei professionisti degli strumenti  messi a disposizione dalle nuove tecnologie per la diffusione dell’informazione circa la natura e la convenienza dei servizi professionali offerti, potenzialmente in grado di raggiungere un ampio numero di consumatori sul territorio nazionale (cfr., da ultimo, provv. AGCM n. 25487 in boll. n. 21 del 12/5/2015). Tuttavia, la posizione degli ordini professionali continua ad essere di vigile controllo riguardo alle modalità con cui gli iscritti intendono pubblicizzare la propria attività, che devono sempre rispettare i criteri di funzionalità, verità e correttezza che la disciplinano, a tutela del decoro e della dignità della professione.
[3] Cfr., tra le tante, Cass, Sez. V pen., n. 8328/2016; Cass., Sez. V pen., n. 8328/2015; Cass., Sez. I pen., n. 24431/2015; Cass., Sez. I pen., n. 16712/2014.
[4] Cfr. CCEPS, n. 45 del 10/3/2014.

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